Il decreto-legge approvato il 24 settembre interviene anche sulla formazione superiore e sulla ricerca. Deroga al limite dei sei anni per alcuni incarichi legati alle Marie Skłodowska-Curie, 9,5 milioni per i partenariati europei e nuova destinazione dei 50 milioni annui per il personale delle università statali.
Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 24 settembre 2026 contiene anche alcune misure che interessano direttamente università e ricerca. Il provvedimento, varato nella riunione n. 190 di Palazzo Chigi su proposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dei ministri Giuseppe Valditara e Anna Maria Bernini, ha un perimetro molto più ampio: riguarda soprattutto l’avvio dell’anno scolastico 2026/2027, gli interventi PNRR di competenza del Ministero dell’Istruzione e del Merito e l’integrazione degli studenti stranieri. All’interno del testo trovano però spazio disposizioni specifiche sulla formazione superiore e sulla ricerca.
Per il settore universitario non siamo di fronte a una riforma complessiva del reclutamento o delle carriere. Gli interventi annunciati dal Governo sono più circoscritti e riguardano tre questioni: gli incarichi di ricerca collegati alle reti dottorali europee, il finanziamento della partecipazione italiana ai partenariati di ricerca e innovazione di Horizon Europe e la destinazione delle risorse per il personale tecnico-amministrativo delle università statali.
La prima novità interessa gli incarichi di ricerca. Il decreto prevede che il limite di sei anni dal conseguimento della laurea non si applichi ai titolari di progetti finanziati nell’ambito delle Azioni Marie Skłodowska-Curie per le reti dottorali. La deroga, dunque, non elimina in via generale il requisito temporale, ma riguarda questa specifica tipologia di progetti europei.
È una distinzione non secondaria perché, dal comunicato di Palazzo Chigi non emerge una revisione generalizzata delle regole di accesso agli incarichi di ricerca. La disposizione è collegata espressamente alle reti dottorali finanziate attraverso le Marie Skłodowska-Curie e va quindi letta entro questo perimetro.
Il secondo intervento è finanziario. Per il 2026 vengono stanziati 9,5 milioni di euro per la partecipazione italiana ai partenariati europei di ricerca e innovazione del programma Horizon Europe e per progetti coerenti con gli obiettivi del Piano Mattei per l’Africa. Nel comunicato della Consiglio dei Ministri le due finalità sono indicate insieme e non viene specificata una ripartizione della somma fra i due ambiti.
La misura rafforza quindi le risorse destinate alla dimensione internazionale della ricerca, con un doppio riferimento: da una parte i partenariati europei di Horizon Europe, dall’altra i progetti collegati agli obiettivi di cooperazione con l’Africa. Per conoscere la distribuzione concreta delle risorse e i soggetti che potranno beneficiarne sarà necessario fare riferimento al testo normativo e ai successivi atti di attuazione.
La misura probabilmente più significativa per il personale delle università statali riguarda i 50 milioni di euro annui destinati alla valorizzazione del personale tecnico-amministrativo. Il decreto stabilisce che queste somme siano utilizzate integralmente per aumentare le componenti del trattamento economico fondamentale diverse dallo stipendio.
Per capire la portata dell’intervento è utile guardare alla storia recente di queste risorse. Nel giugno 2023 il Ministero dell’Università e della Ricerca aveva annunciato lo sblocco dei 50 milioni, previsti dalla legge di Bilancio 2022. In quel quadro, il 50 per cento dello stanziamento poteva essere destinato al personale coinvolto in progetti degli atenei relativi a didattica, ricerca e terza missione, mentre il restante 50 per cento poteva integrare il trattamento economico fondamentale secondo quanto stabilito dal contratto collettivo nazionale.
L’intervento del 24 settembre modifica proprio questo assetto, infatti, secondo quanto comunicato da Palazzo Chigi, i 50 milioni annui vengono ora interamente indirizzati all’incremento delle componenti del trattamento economico fondamentale diverse dallo stipendio. È quindi più prudente parlare di una diversa destinazione delle risorse che di un generico aumento dello stipendio, perché quest’ultima formulazione non restituisce con precisione il contenuto della disposizione annunciata dal Governo.
Il decreto del 24 settembre va invece tenuto distinto dagli interventi già previsti per gli enti pubblici di ricerca. Nel comunicato ufficiale del Consiglio dei Ministri non viene annunciato, per gli EPR, un nuovo piano generale di assunzioni o stabilizzazioni di ricercatori e tecnologi.
Il riferimento più recente su questo versante resta il Fondo ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca (FOE) 2026. A giugno il Ministero dell’Università e della Ricerca ha annunciato un’assegnazione complessiva superiore a 1,548 miliardi di euro, con un incremento netto di 22,27 milioni rispetto al 2025. All’interno di questo quadro, 7,27 milioni sono destinati al reclutamento di ricercatori e tecnologi degli enti pubblici di ricerca nell’ambito del piano straordinario di assunzioni previsto dalla legge di Bilancio 2026. Sono risorse importanti, ma appartengono a un provvedimento diverso e non vanno attribuite al decreto-legge approvato il 24 settembre.
Lo stesso vale per la più ampia programmazione della ricerca. Nel febbraio 2026 il Ministero dell’Università e della Ricerca aveva già presentato il Piano triennale della ricerca 2026-2028, indicando risorse superiori a 1,2 miliardi nel triennio e un nuovo sistema di programmazione dei bandi. Anche questo intervento costituisce un quadro distinto rispetto alle nuove disposizioni approvate dal Consiglio dei ministri.
Nel decreto c’è infine una disposizione che non riguarda direttamente gli atenei, ma può interessare i giovani in uscita dall’università e dagli ITS. Viene prorogata fino al 2028 la possibilità per le pubbliche amministrazioni di assumere a tempo determinato giovani laureati e, per il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, diplomati degli ITS Academy cioè senza laurea. I limiti indicati dal Governo sono rispettivamente del 10 e del 15 per cento delle facoltà assunzionali; per regioni ed enti locali continua invece ad applicarsi la quota del 20 per cento.
Per i diplomati ITS sono inoltre previsti specifici percorsi formativi e, una volta conseguito il titolo di studio richiesto, la possibilità di inquadramento a tempo indeterminato. È una disposizione che appartiene al capitolo sul rafforzamento delle competenze tecnologiche, digitali e informatiche delle amministrazioni, ma che contribuisce ad allargare il quadro delle opportunità occupazionali collegate alla formazione terziaria.
Nel complesso, dunque, il provvedimento non ridisegna il sistema universitario né introduce una riforma generale delle carriere della ricerca. Interviene invece su punti ben delimitati: facilita l’accesso agli incarichi collegati alle reti dottorali Marie Skłodowska-Curie, mette a disposizione 9,5 milioni per Horizon Europe e per iniziative coerenti con il Piano Mattei e concentra sul trattamento economico fondamentale i 50 milioni annui destinati alla valorizzazione del personale tecnico-amministrativo delle università statali. A queste misure si aggiunge, su un piano più generale, la proroga delle assunzioni a tempo determinato di giovani laureati e diplomati ITS nella pubblica amministrazione.
È altrettanto importante non sovrapporre queste novità agli stanziamenti già decisi nel corso del 2026, come il FOE per gli enti pubblici di ricerca e il Piano triennale della ricerca. Solo mantenendo separati i diversi provvedimenti si può ricostruire senza equivoci quali risorse siano nuove, quali derivino da decisioni precedenti e quali categorie di personale ne siano effettivamente interessate.