Il sistema della ricerca italiana: Punti di forza e punti di debolezza nel confronto con il sistema europeo e internazionale

Tra eccellenze scientifiche riconosciute a livello internazionale, risorse limitate, fuga dei talenti e difficoltà nel trasferimento tecnologico, la ricerca italiana continua a muoversi lungo una linea sottile fatta di successi e criticità. Il sistema nazionale della ricerca occupa infatti una posizione peculiare nel panorama internazionale: riesce spesso a ottenere risultati di alto livello nonostante investimenti inferiori rispetto a quelli dei principali Paesi concorrenti, ma fatica ancora a trasformare pienamente il proprio potenziale scientifico in sviluppo economico e innovazione.

È questo il principale elemento che emerge dall’analisi dei dati più recenti. L’Italia dispone di università, enti di ricerca e gruppi scientifici capaci di competere con successo nei contesti internazionali, partecipando ai grandi programmi europei e contribuendo in modo significativo all’avanzamento delle conoscenze in numerosi ambiti, dalla fisica alla medicina, dalla chimica all’ingegneria, fino alle scienze della vita e all’intelligenza artificiale.

Accanto a questi risultati, tuttavia, persistono limiti strutturali che ne riducono la capacità competitiva. La spesa nazionale in ricerca e sviluppo rimane inferiore alla media europea e distante da quella dei maggiori paesi industrializzati. A ciò si aggiungono il cronico sottofinanziamento del sistema universitario, percorsi professionali spesso caratterizzati da elevata precarietà e una persistente difficoltà nel trasferire i risultati della ricerca verso il tessuto produttivo.

Ne emerge l’immagine di un sistema che continua a produrre più di quanto ci si potrebbe attendere in rapporto alle risorse disponibili, ma che fatica a compiere il salto di qualità necessario per consolidare la propria posizione tra i principali protagonisti della ricerca globale. Una sfida che non riguarda soltanto il mondo accademico, ma investe direttamente la capacità del Paese di innovare, attrarre talenti e sostenere la propria crescita economica nel lungo periodo.

Il primo indicatore da osservare per comprendere lo stato della ricerca italiana è la spesa in ricerca e sviluppo (R&S) rapportata al Prodotto interno lordo, il parametro utilizzato a livello internazionale per misurare l’intensità degli investimenti in innovazione.

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2023 l’Italia ha destinato alla ricerca e sviluppo 29,4 miliardi di euro, con una crescita del 7,7% rispetto all’anno precedente. L’aumento ha interessato tutti i principali settori: istituzioni pubbliche (+14,5%), università (+9,9%), imprese (+5,4%) e organizzazioni non profit (+2,3%). Un segnale positivo che testimonia una rinnovata attenzione verso il comparto, sostenuta anche dagli investimenti legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

La crescita degli stanziamenti, tuttavia, non basta a colmare il ritardo accumulato negli anni. Rapportata alla dimensione dell’economia nazionale, la spesa in ricerca si è attestata all’1,37% del PIL, un valore sostanzialmente invariato rispetto al 2022 e leggermente inferiore all’1,41% registrato nel 2021. Il dato colloca l’Italia nelle retrovie dell’Unione europea, al di sotto della media comunitaria, che si attesta intorno al 2,2-2,3% del PIL, e distante dai principali Paesi industrializzati.

Se il confronto viene esteso all’area OCSE, il divario appare ancora più evidente. Mentre la media dei Paesi avanzati supera il 2,7% del PIL, Stati Uniti e Germania hanno ormai oltrepassato la soglia del 3%, mentre economie fortemente orientate all’innovazione come Corea del Sud e Israele investono quote ancora più elevate. La distanza non è soltanto statistica: significa disporre di una massa critica di risorse nettamente inferiore per finanziare laboratori, infrastrutture, personale e programmi di ricerca.

Come evidenziato dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica (https://osservatoriocpi.unicatt.it/),, il divario che separa l’Italia dalle principali economie avanzate non solo non si è ridotto nel tempo, ma si è progressivamente ampliato.

Nei confronti degli Stati Uniti il gap negli investimenti in ricerca è passato da 1,5 punti percentuali del PIL nel 1981 a oltre 2 punti nel 2022, mentre rispetto alla Germania è cresciuto da 1,3 a 1,8 punti percentuali.

A incidere sul ritardo italiano è soprattutto la componente privata degli investimenti. Nel 2023 le imprese hanno finanziato il 58,4% della spesa nazionale in ricerca e sviluppo, una quota significativa ma comunque inferiore rispetto alle principali economie europee. In rapporto al PIL, la spesa privata italiana in R&S si ferma infatti allo 0,80%, molto al di sotto della media europea.

Dietro questo dato si nasconde uno dei principali limiti strutturali del sistema produttivo nazionale: la prevalenza di piccole e medie imprese, spesso prive delle dimensioni necessarie per sostenere programmi di ricerca continuativi e ad alta intensità tecnologica. Non a caso, oltre l’80% della spesa privata in ricerca è riconducibile a imprese appartenenti a grandi gruppi multinazionali, italiani o esteri. Ne deriva una capacità innovativa fortemente concentrata, che fatica a diffondersi nell’intero tessuto produttivo.

Eppure, limitarsi a osservare gli investimenti rischia di fornire un’immagine incompleta della situazione italiana. Se i finanziamenti restano inferiori alla media dei Paesi concorrenti, i risultati scientifici raccontano una storia diversa.

Negli ultimi anni l’Italia ha infatti confermato una notevole capacità di produzione scientifica. Secondo il Rapporto ANVUR, la quota italiana delle pubblicazioni scientifiche mondiali è aumentata dal 3,6% nel periodo 2011-2015 al 3,9% nel periodo 2016-2021. Ancora più significativo è il dato relativo alla produttività dei ricercatori: il numero di pubblicazioni per addetto alla ricerca pubblica è cresciuto da 1,08 nel 2015 a 1,31 nel 2020, collocando il Paese ai vertici internazionali.

Secondo il Rapporto ANVUR 2026, l’Italia rappresenta il 3,8% della produzione scientifica mondiale e registra una crescita media annua del 3,6% nel periodo 2018-2024. Un ritmo superiore a quello di molti dei principali partner europei, tra cui Germania, Regno Unito e Francia, e vicino alla crescita media mondiale. Il dato conferma una tendenza già emersa negli anni precedenti: pur disponendo di risorse inferiori rispetto alle grandi economie della ricerca, il sistema scientifico italiano continua a migliorare la propria presenza nel panorama internazionale, collocandosi davanti a Paesi come Giappone e Francia per quota di produzione scientifica.

L’Italia migliora la propria posizione nella produzione scientifica, con un ritmo di crescita superiore a quello dei principali partner europei, pur partendo da una base più contenuta rispetto alle grandi economie scientifiche mondiali.

Si tratta di un elemento che emerge con costanza in quasi tutte le analisi sul sistema della ricerca nazionale: il problema italiano non è la qualità della produzione scientifica. Al contrario, università ed enti di ricerca riescono spesso a ottenere risultati competitivi rispetto ai principali partner internazionali pur disponendo di risorse più limitate.

Anche la partecipazione ai programmi europei conferma questa capacità. La presenza di istituzioni italiane nei progetti finanziati dall’Unione europea è cresciuta in modo significativo negli ultimi anni, segnalando una crescente competitività della ricerca nazionale nei contesti internazionali più selettivi.

Il vero nodo emerge quando si passa dalla produzione scientifica alla capacità di trasformare la conoscenza in innovazione diffusa. Reclutamento dei ricercatori, stabilità delle carriere, finanziamenti strutturali, infrastrutture, trasferimento tecnologico e rapporto con il sistema delle imprese continuano a rappresentare le principali sfide. In altre parole, l’Italia dimostra di saper produrre ricerca di qualità, ma incontra ancora difficoltà nel creare le condizioni che consentano a quella ricerca di tradursi in crescita economica, sviluppo tecnologico e maggiore competitività del Paese.

Se gli investimenti rappresentano il limite più evidente del sistema della ricerca italiana, il capitale umano ne costituisce probabilmente la sfida più delicata. La ricerca è infatti un’attività nella quale il fattore decisivo non è soltanto la disponibilità di laboratori, infrastrutture o tecnologie avanzate, ma soprattutto la presenza di personale altamente qualificato in grado di produrre nuova conoscenza e trasformarla in innovazione.

La capacità di formare, trattenere e attrarre ricercatori rappresenta quindi un elemento centrale per la competitività di qualsiasi sistema scientifico. Ed è proprio su questo terreno che l’Italia continua a mostrare alcune criticità strutturali.

Secondo diverse analisi internazionali, le retribuzioni dei ricercatori e dei docenti universitari italiani risultano mediamente inferiori rispetto a quelle offerte in altri grandi Paesi europei, in particolare nelle fasi iniziali della carriera. Una condizione che, unita alle maggiori opportunità disponibili all’estero, contribuisce a ridurre l’attrattività del percorso accademico nazionale e alimenta il rischio di dispersione del capitale umano più qualificato.

Alle differenze retributive si somma un altro elemento spesso segnalato dalla comunità scientifica: la difficoltà di costruire percorsi professionali chiari e prevedibili. Dopo il conseguimento del dottorato, molti giovani ricercatori affrontano infatti una lunga successione di contratti temporanei, assegni di ricerca, borse e posizioni a termine prima di poter accedere a forme di stabilizzazione. Un percorso che può protrarsi per molti anni e che rende complessa la programmazione della propria vita professionale e personale.

Il problema non riguarda soltanto il numero di ricercatori attivi nel sistema, ma anche la sua capacità di offrire prospettive credibili nel medio e lungo periodo. Nei Paesi più competitivi, chi intraprende una carriera scientifica può generalmente contare su percorsi più strutturati e su tempi di progressione maggiormente prevedibili. In Italia, invece, l’incertezza rimane uno degli elementi che più frequentemente caratterizzano le prime fasi della carriera accademica.

Le conseguenze sono evidenti. Da un lato, una parte dei giovani più qualificati sceglie di proseguire la propria attività all’estero, dove trova condizioni economiche e professionali spesso più favorevoli. Dall’altro, il sistema italiano incontra maggiori difficoltà nell’attrarre ricercatori stranieri e talenti internazionali, un aspetto sempre più importante in un contesto in cui la competizione scientifica si gioca su scala globale.

In questo senso, la questione delle carriere non rappresenta soltanto un problema occupazionale o retributivo. È una componente essenziale della capacità del Paese di rafforzare il proprio sistema della ricerca e di trasformare il capitale umano in uno dei principali motori dell’innovazione e della crescita economica.

Negli ultimi anni il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha rappresentato il principale motore del rilancio degli investimenti pubblici nella ricerca italiana. Dopo un lungo periodo caratterizzato da risorse limitate e finanziamenti spesso frammentati, il PNRR ha immesso nel sistema universitario e della ricerca una quantità di fondi senza precedenti, contribuendo ad ampliare l’offerta formativa, sostenere il reclutamento di giovani ricercatori e rafforzare la capacità di partecipazione ai grandi programmi di innovazione.

Uno degli interventi più significativi ha riguardato il dottorato di ricerca. Nel solo 2023 il Ministero dell’Università e della Ricerca ha destinato oltre 726 milioni di euro al finanziamento di 18.770 nuove borse di dottorato, con particolare attenzione ai temi della transizione digitale, della sostenibilità ambientale, dell’innovazione nelle imprese e della modernizzazione della pubblica amministrazione. Un investimento che ha contribuito ad aumentare in modo consistente il numero delle opportunità di formazione avanzata e a rafforzare il collegamento tra ricerca e sviluppo del sistema produttivo.

A questa strategia si affianca il nuovo Piano Triennale della Ricerca 2026-2028, che prevede risorse superiori a 1,2 miliardi di euro per il triennio e punta a introdurre una programmazione più stabile dei finanziamenti. L’obiettivo dichiarato è superare la logica dei bandi episodici e dei finanziamenti una tantum che hanno spesso caratterizzato il settore, garantendo invece un calendario più prevedibile delle opportunità e una maggiore continuità nella pianificazione delle attività di ricerca.

Si tratta di un cambio di impostazione rilevante, accolto da molti osservatori come un passo nella direzione di una maggiore stabilità del sistema. Tuttavia, il successo di questa strategia dipenderà dalla capacità di trasformare gli investimenti straordinari degli ultimi anni in finanziamenti strutturali e permanenti.

Il tema è particolarmente delicato perché una parte significativa delle risorse attualmente disponibili deriva proprio dal PNRR, un programma per sua natura temporaneo e legato a precise scadenze di attuazione e rendicontazione. Con la conclusione del Piano, il dibattito si è concentrato sempre più sulla sostenibilità degli interventi avviati e sulla capacità dello Stato di garantirne la continuità.

La questione riguarda soprattutto il personale della ricerca. Negli ultimi anni università ed enti pubblici hanno potuto ampliare organici, attivare nuovi progetti e creare migliaia di posizioni grazie ai finanziamenti straordinari del Piano. Resta però aperto l’interrogativo su cosa accadrà quando queste risorse verranno meno e se le nuove opportunità professionali generate in questa fase potranno trasformarsi in percorsi stabili di carriera. Le misure di accompagnamento previste per la fase successiva al PNRR mirano a evitare un’interruzione brusca degli investimenti avviati, ma resta aperta la questione della loro sostenibilità nel lungo periodo.

È una delle sfide decisive per il futuro della ricerca italiana. Se gli investimenti del PNRR hanno consentito di rafforzare infrastrutture, programmi e formazione avanzata, la loro eredità sarà valutata soprattutto sulla capacità di consolidare nel tempo i risultati raggiunti, evitando che la crescita registrata negli ultimi anni si esaurisca con la conclusione della stagione dei finanziamenti straordinari.

In un contesto nazionale caratterizzato da risorse ancora inferiori rispetto a quelle dei principali Paesi concorrenti, i programmi europei rappresentano per la ricerca italiana una leva sempre più importante di finanziamento e crescita. Tra questi, un ruolo centrale è svolto da Horizon Europe, il programma quadro dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione nel periodo 2021-2027, dotato di una disponibilità complessiva di 95,5 miliardi di euro.

Si tratta del principale strumento europeo per il finanziamento della ricerca competitiva, attraverso il quale vengono sostenuti progetti scientifici, infrastrutture di ricerca, collaborazioni internazionali e programmi di mobilità destinati a ricercatori e istituzioni. Proprio per l’entità delle risorse messe in campo, Horizon Europe è diventato uno dei principali indicatori della competitività dei sistemi scientifici nazionali.

I numeri testimoniano l’elevato livello di selettività del programma. Tra il 2021 e il 2025 sono state presentate quasi 149.000 proposte progettuali ammissibili e il tasso medio di successo si è attestato intorno al 14%, con oltre 21.000 progetti finanziati e circa 57 miliardi di euro assegnati. Dati che evidenziano come la semplice partecipazione non sia sufficiente: per ottenere risorse occorrono competenze progettuali, reti internazionali consolidate e istituzioni scientifiche capaci di competere ai massimi livelli.

In questo quadro, la ricerca italiana ha mostrato risultati complessivamente positivi. Secondo l’analisi di medio termine realizzata da APRE, tra il 2021 e il 2024 l’Italia ha ottenuto circa 3,76 miliardi di euro di finanziamenti attraverso Horizon Europe, pari all’8,7% delle risorse complessivamente assegnate dal programma. Il Paese si colloca inoltre tra i primi Stati membri sia per numero di partecipazioni ai progetti finanziati sia per volume complessivo di fondi ottenuti, confermando la capacità delle università, degli enti di ricerca e delle imprese italiane di competere con successo nel contesto europeo.

Si tratta di un risultato particolarmente significativo se si considera che il sistema italiano opera con investimenti nazionali in ricerca inferiori rispetto a quelli di molte delle principali economie europee. In altre parole, una parte della competitività della ricerca italiana deriva proprio dalla capacità di intercettare risorse esterne e di valorizzare il proprio capitale scientifico nei programmi europei più selettivi.

Accanto a questi risultati emergono però alcune criticità. La più evidente riguarda la distribuzione territoriale dei finanziamenti. Quasi la metà delle risorse ottenute dall’Italia nell’ambito di Horizon Europe si concentra infatti in due sole regioni, Lazio e Lombardia, che da sole hanno raccolto circa 1,7 miliardi di euro grazie a migliaia di partecipazioni progettuali. Al contrario, le principali regioni del Mezzogiorno, pur ospitando importanti università e centri di ricerca, intercettano una quota molto più limitata dei finanziamenti europei.

Il divario territoriale che caratterizza l’economia italiana si riflette quindi anche nella capacità di accesso ai programmi europei della ricerca. Una differenza che non dipende soltanto dalla qualità scientifica, ma anche dalla disponibilità di infrastrutture, competenze amministrative, reti di collaborazione internazionale e servizi di supporto alla progettazione, elementi oggi sempre più determinanti nella competizione per i finanziamenti comunitari.

Per l’Italia, dunque, Horizon Europe rappresenta al tempo stesso una grande opportunità e un importante banco di prova. Da un lato, i fondi europei consentono di rafforzare la capacità di ricerca del Paese e di integrare risorse nazionali ancora insufficienti; dall’altro, evidenziano le differenze esistenti tra territori e istituzioni e mettono in luce la necessità di investimenti strutturali più consistenti.

L’Europa può infatti amplificare le potenzialità della ricerca italiana, ma non può sostituirsi a una politica nazionale della ricerca stabile e di lungo periodo. I finanziamenti competitivi europei rappresentano uno strumento fondamentale per sostenere l’eccellenza, ma non possono diventare l’unica risposta alle carenze strutturali del sistema. Per consolidare i risultati ottenuti sarà necessario affiancare alle opportunità offerte da Bruxelles una strategia nazionale capace di garantire continuità negli investimenti, ridurre i divari territoriali e rafforzare il rapporto tra ricerca, innovazione e sviluppo economico.

Mettendo insieme investimenti, produttività scientifica, capacità di attrarre fondi europei e condizioni delle carriere accademiche, emerge il ritratto di una ricerca italiana caratterizzata da una duplice natura. Da un lato, un sistema capace di produrre risultati scientifici di livello internazionale e di competere con successo nei programmi europei più selettivi; dall’altro, una struttura che continua a convivere con problemi cronici di finanziamento, precarietà professionale e disuguaglianze territoriali.

Sul piano della qualità scientifica, l’Italia continua a confermare la propria credibilità. Università, enti pubblici di ricerca e gruppi scientifici nazionali ottengono risultati spesso superiori a quanto ci si potrebbe attendere considerando il livello delle risorse disponibili. La crescita della produzione scientifica, l’elevata produttività dei ricercatori e i risultati conseguiti nei programmi europei dimostrano che il Paese dispone delle competenze necessarie per competere a livello internazionale.

Le criticità emergono però quando si osservano le condizioni strutturali che sostengono il sistema. La spesa in ricerca e sviluppo resta inferiore alla media europea, il contributo degli investimenti privati rimane limitato rispetto ai principali concorrenti internazionali e le carriere scientifiche continuano a essere caratterizzate da percorsi lunghi e spesso incerti. A ciò si aggiunge un marcato squilibrio territoriale, che concentra risorse, infrastrutture e opportunità in alcune aree del Paese, lasciando il Mezzogiorno in una posizione meno competitiva anche nell’accesso ai finanziamenti europei.

Gli investimenti straordinari del PNRR e le più recenti riforme del reclutamento universitario hanno contribuito ad affrontare alcune di queste criticità, ma resta aperta la sfida principale: trasformare misure temporanee in politiche strutturali e durature.

Il confronto con i principali sistemi della ricerca internazionali restituisce una conclusione chiara: il problema italiano non è tanto la qualità della ricerca quanto la capacità di sostenerla nel tempo con risorse adeguate e strategie di lungo periodo.

L’Italia non parte da una posizione marginale. Può contare su una tradizione scientifica consolidata, su università ed enti di ricerca riconosciuti a livello internazionale e su una comunità scientifica che continua a ottenere risultati competitivi nonostante investimenti inferiori rispetto a quelli dei principali partner europei.

Tuttavia, persistono debolezze che ne limitano il potenziale: investimenti ancora insufficienti, ridotta propensione delle imprese alla ricerca, difficoltà nel trasferimento tecnologico, percorsi professionali poco attrattivi e una limitata capacità di attrarre e trattenere talenti internazionali.

Paradossalmente, proprio la capacità della ricerca italiana di ottenere risultati significativi con risorse relativamente contenute rappresenta la prova del potenziale ancora inespresso del sistema. Un dato che non dovrebbe essere interpretato come una giustificazione per continuare a investire meno, ma come la dimostrazione di quanto potrebbe essere ottenuto attraverso un sostegno più stabile e consistente.

La sfida dei prossimi anni non consisterà soltanto nell’aumentare le risorse destinate alla ricerca, ma nel renderle programmabili, continuative e orientate al lungo periodo. Significa rafforzare le infrastrutture scientifiche, sostenere il reclutamento dei ricercatori, costruire carriere più attrattive, favorire la collaborazione tra università e imprese e creare le condizioni affinché la conoscenza prodotta nei laboratori possa trasformarsi più facilmente in innovazione, brevetti, nuove tecnologie e occupazione qualificata.

L’esperienza del PNRR ha dimostrato che, quando vengono mobilitate risorse adeguate e costruite reti tra università, enti di ricerca e sistema produttivo, la ricerca italiana è in grado di reagire rapidamente e di competere ai massimi livelli. Il vero banco di prova sarà verificare se questa spinta potrà essere consolidata anche oltre la stagione dei finanziamenti straordinari.

Perché la ricerca richiede tempi lunghi. La formazione di un ricercatore, la costruzione di un’infrastruttura scientifica o lo sviluppo di una tecnologia innovativa non si misurano nell’arco di una legislatura, ma in anni, talvolta in decenni.

È qui che si gioca la sfida decisiva: passare da una logica di finanziamenti episodici a una politica della ricerca capace di programmare il futuro. Solo così l’Italia potrà trasformare il proprio patrimonio scientifico in un reale fattore di crescita, innovazione e competitività internazionale.

Fonti bibliografiche e sitografia essenziale

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Sitografia istituzionale

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